Ritratto di Roberto Ortensi, Autore Tecnico e Ricercatore
Roberto Ortensi

Custode di Tradizioni, Autore Tecnico e Appassionato della Natura

I Rintocchi del Disgelo: L'Epica Battaglia del Sunà da Mars

L'Assedio dell'Inverno e le Antiche Radici del Rito

Nelle lunghe e silenziose notti di fine febbraio, quando la neve stringe ancora in una morsa di ghiaccio i ripidi versanti della Valtellina e i tetti in piode scompaiono sotto manti immacolati, un brivido antico attraversa le contrade. L'inverno, con il suo fiato gelido, sembra non voler cedere il passo. In questo scenario, dove le provviste scarseggiano e il bestiame scalpita insofferente al buio delle stalle, la comunità alpina sente il bisogno viscerale di compiere il suo rito più ancestrale: il Sunà da Mars (o Ciamà l'erba).

Questa usanza affonda le sue radici in riti agricoli propiziatori tramandati di generazione in generazione. Il suo significato profondo è quello di "chiamare l'erba", svegliando la terra dal lungo torpore per garantire i nuovi pascoli e la ripresa del duro lavoro nei campi, fondamentale per la sopravvivenza della civiltà contadina.

Il Tempo del Risveglio: Quando si Sfida il Gelo

Il rito non segue un calendario rigido o stampato, ma asseconda il respiro delle stagioni e l'antica necessità di propiziare il raccolto. L'assedio all'inverno viene sferrato sistematicamente negli ultimi giorni di febbraio oppure durante il primo fine settimana di marzo.

Le date esatte variano di anno in anno e da paese a paese, ma cadono sempre nell'esatto momento in cui la comunità avverte l'urgenza di chiudere la stagione fredda e inaugurare la primavera meteorologica.

La Preparazione dei Custodi e i Loro Strumenti

Nelle penombre delle baite, i giovani montanari si preparano con gesti solenni, maneggiando antichi strumenti di metallo come fossero reliquie di famiglia. I protagonisti assoluti di questa notte sono enormi campanacci da mucca, tradizionalmente divisi in due categorie:

  • I Placc: Dal suono secco, acuto e nervoso, pronti a fendere l'aria fredda. Sono i campanacci storicamente usati negli alpeggi d'alta quota.
  • I Ciucù: Maestose sfere di metallo battuto ed enormemente pesanti, un tempo riservate solo ai trasferimenti o alle mostre di bestiame.

Indossare queste campane, che richiedono robuste cinghie di cuoio e schiene forti, non è un vanto da esibire, ma un dovere carnale verso la propria terra.

I Teatri della Battaglia: La Marcia Contro il Gelo

All'improvviso, il silenzio millenario della valle viene squarciato da un boato primordiale, un tuono metallico che nasce dal ventre delle montagne e si espande lungo i pendii. Dalle contrade alle piazze, fiumi di ombre iniziano la loro marcia, sfidando il gelo e scuotendo i fianchi in una danza faticosa e cadenzata. Questo fragore assordante è un avvertimento rabbioso scagliato contro l'inverno: il tuo tempo è finito.

La Valtellina è l'antico palcoscenico dove questo rito continua a vivere con fierezza:

  • Aprica: È il cuore nevralgico della tradizione. Qui l'evento assume le proporzioni di una vera epopea cittadina, con le sei storiche contrade (Dosso, Santa Maria, San Pietro, Liscedo, Liscidini e Mavigna) che convergono in un fragoroso corteo verso la piazza centrale.
  • Teglio (frazione di San Giacomo): Sulle aspre pendici orobiche, il rito mantiene un sapore ancora più ruvido e strettamente legato alla vita degli antichi pastori.
  • Valmalenco (Lanzada), Traona e Val Masino: In questi borghi la tradizione è tornata a pulsare con rinnovato vigore, animando le strette vie di pietra e risuonando fino ai boschi di larici.

L'aria vibra. Il fragore assordante rimbomba contro le pareti di roccia, si infiltra nei boschi, scuote le radici addormentate sotto la crosta di ghiaccio.

Il Trionfo del Fuoco e dei Sapori Antichi

Mentre la notte avanza, la fatica trasuda dai volti dei suonatori, ma il ritmo si fa più frenetico man mano che le fiamme dei grandi falò si alzano verso il cielo stellato. Il demone dell'inverno è stato scacciato.

L'eco dei campanacci lentamente si placa, sostituita dal crepitio della legna e dal profumo rassicurante delle ricette di una volta. Attorno ai calderoni anneriti dalla fuliggine, la comunità si ritrova unita per gustare il mach, una robusta polenta arricchita dalla salsiccia. In quel pasto ruvido e sincero, servito nel tepore del fuoco, non si celebra solo la fine del gelo, ma si rinnova la memoria incrollabile di chi quelle terre le ha coltivate e amate, mantenendo viva la promessa che la primavera farà sempre ritorno.